Motivare il team è uno dei temi più discussi nel mondo del lavoro, ma anche uno dei più semplificati. Quando un gruppo perde energia, rallenta o mostra segnali di disconnessione, la reazione più immediata è cercare una soluzione rapida: un incentivo, una frase giusta, una riunione “motivazionale”.

Il problema è che, nella maggior parte dei casi, questi interventi non producono un cambiamento duraturo. La motivazione sale per un breve periodo, poi si spegne. Questo accade perché la motivazione viene trattata come un problema individuale o emotivo, mentre è quasi sempre il riflesso di un sistema organizzativo che non funziona come dovrebbe.

Secondo l’esperienza di Celeste Priore, professionista che lavora sullo sviluppo delle persone e dei team, la motivazione non è qualcosa da “attivare”, ma una conseguenza diretta del contesto in cui le persone operano.

Perché oggi motivare un team è diventato più complesso

Il contesto lavorativo è profondamente cambiato. Le persone non cercano solo stabilità o retribuzione, ma anche chiarezza, coerenza, possibilità di crescita e riconoscimento reale del proprio contributo.

In assenza di questi elementi, anche i professionisti più competenti finiscono per lavorare in modalità difensiva o automatica. Non perché manchi la voglia di fare, ma perché manca una direzione percepibile.

Motivare il team, oggi, significa quindi affrontare una complessità maggiore rispetto al passato. Non basta “tenere alto il morale”: serve un lavoro strutturato su ruoli, obiettivi, processi e leadership.

La motivazione non è un problema di atteggiamento

Uno degli errori più comuni è leggere la demotivazione come un problema di atteggiamento individuale. Frasi come “non hanno più voglia” o “non sono abbastanza proattivi” spostano l’attenzione sulle persone, ignorando il contesto.

In realtà, nella maggior parte dei casi, la demotivazione è una risposta a fattori come:

  • obiettivi poco chiari o continuamente mutevoli,
  • mancanza di priorità condivise,
  • feedback sporadico o contraddittorio,
  • ruoli ambigui,
  • assenza di prospettive di sviluppo.

Quando questi elementi si accumulano, il team non smette di impegnarsi per mancanza di volontà, ma per mancanza di senso.

Perché le soluzioni standard non funzionano nel tempo

Online si trovano decine di articoli che propongono tecniche per motivare il team: riconoscimento, empowerment, comunicazione positiva. Sono concetti validi, ma spesso applicati in modo isolato.

Il feedback, ad esempio, diventa inefficace se non è inserito in un sistema di obiettivi chiari. L’autonomia può trasformarsi in pressione se non è accompagnata da confini e responsabilità definite. Il riconoscimento perde valore quando non è collegato a crescita o sviluppo reale.

Il risultato è che le persone ricevono messaggi positivi, ma continuano a lavorare in un sistema che non cambia. Questo scarto tra parole e realtà è uno dei principali fattori di demotivazione.

Motivare il team significa ripensare il modo di lavorare

Un approccio più efficace parte da una domanda diversa: non “come posso motivare le persone?”, ma “che tipo di contesto sto offrendo al mio team?”.

Un contesto che favorisce la motivazione è caratterizzato da:

  • obiettivi comprensibili e misurabili,
  • ruoli definiti e coerenti,
  • criteri chiari di valutazione,
  • feedback orientato allo sviluppo,
  • allineamento tra valori dichiarati e decisioni operative.

In questo tipo di ambiente, la motivazione non deve essere continuamente stimolata: emerge in modo naturale, perché le persone vedono un senso nel proprio lavoro.

Il ruolo della leadership nella motivazione

La leadership ha un impatto diretto sulla motivazione del team. Non tanto per lo stile comunicativo, quanto per la capacità di costruire coerenza.

Un leader che contribuisce alla motivazione chiarisce le priorità, prende decisioni leggibili, rende esplicite le aspettative e sostiene la crescita senza creare dipendenza.

Al contrario, una leadership incoerente o ambigua genera confusione, anche in team molto competenti. La mancanza di direzione chiara è uno dei principali fattori di disimpegno nel medio periodo.

Motivazione e valorizzazione delle persone

La motivazione diventa stabile solo quando è legata alla valorizzazione concreta delle persone. Valorizzare non significa semplificare il lavoro o abbassare le aspettative, ma riconoscere competenze, responsabilità e potenziale in modo strutturato.

Un sistema di valorizzazione efficace lavora su competenze tecniche e trasversali, comportamenti organizzativi, responsabilità individuali e possibilità di evoluzione professionale.

È in questo punto che il tema della motivazione si collega allo sviluppo organizzativo. Approfondire questo approccio permette di superare la logica degli interventi spot e di lavorare su basi più solide. Per una visione più ampia su questo tema, è possibile approfondisci sul sito di Celeste Priore.

Cosa succede quando la motivazione viene ignorata

Ignorare i segnali di demotivazione ha effetti concreti: calo della produttività, aumento del turnover, conflitti latenti, perdita di competenze chiave e peggioramento del clima organizzativo.

Spesso questi effetti vengono affrontati singolarmente, senza riconoscere che hanno una causa comune: un sistema che non sostiene le persone nel tempo.

La motivazione come responsabilità organizzativa

Motivare il team non è una capacità innata né una dote carismatica. È una responsabilità organizzativa che richiede metodo, capacità di analisi e volontà di intervenire sulle strutture, non solo sui comportamenti.

Quando un team è realmente motivato, non è perché qualcuno ha trovato la frase giusta, ma perché il contesto consente alle persone di lavorare con chiarezza, responsabilità e prospettiva. Spostare l’attenzione dalle soluzioni rapide alle fondamenta organizzative è il primo passo per costruire una motivazione che duri nel tempo.

Di Giovanni Sarbenno

Sono l'autore di molti post di blog e articoli. Amo quello che faccio e non smetto mai di interrogarmi sul senso della vita.